Un'occhiata alle carte sul tavolo prima di prendere le chiavi dell'auto, aprire la porta e lasciarmi tutto questo alle spalle. La sbatto un po' più forte di quanto me lo ero immaginato e subito parte il rimorso, mi sento come il vinile su cui gratta la puntina del giradischi e il tema della colpa suona in circonferenze via via più strette fino a costringermi a voltarmi. Non volevo che andasse così, non volevo che ci stessimo tutti male. E invece ho sbagliato tutto, ho sbagliato ancora. E ora su queste scale dove rimbomba il silenzio, quello mio e quello nella nostra casa, mi sento perso, solo, di nuovo. Non saprò mai essere un uomo, più ci penso e più mi sento piccolo. Rivedo mio padre, gli stessi difetti, mi odio detestando lui che mi ha insegnato a essere quello che sono: incostante, insicuro, geloso, ossessionato da me e unico custode della verità. Vorrei prendermi a schiaffi, vorrei che lo facesse lui, vorrei che entrambi avessimo finalmente imparato come si sta al mondo. Ma lui abita da solo in un monolocale in via Po ed io sono il suo unico visitatore, ci vado tutti i mercoledì, resto lì per pochi minuti, vado via prima che la sua vista mi ricordi quanto mi sia stato insopportabile; non parliamo mai di molto, le condizioni atmosferiche, gli ultimi risultati della sua squadra di calcio, nulla di importante; non mi tolgo nemmeno il cappotto perché so che di lì a poco sarò già via. Avrei dovuto essere un padre e marito perfetto, mi bastava non fare quello che aveva fatto lui e invece eccomi qui, tre anni di matrimonio, una bambina bellissima ed io che come un'idiota sto scendendo queste scale. Fa male, malissimo sentirsi condannato a sbagliare. Mi manca il respiro e non riesco a stare ritto con la schiena, devo sedermi sui gradini, prendere grosse boccate d'aria, slacciarmi il colletto della camicia; appoggio la testa alla ringhiera fredda, respiro e l'aria mi brucia mentre passa attraverso le narici, graffia sugli occhi che non vogliono credere. Non posso andare via, non posso darla vinta ai miei maledetti geni, devo rientrare e affrontare la cosa, devo smetterla di scappare. Resto seduto ancora qualche minuto prima di risalire.
Devi trovarti al posto giusto. Piegarti sulle ginocchia. Guardare la palla che arriva e cercare un movimento rotondo e completo. Poi la devi colpire, sperare che non torni indietro e continuare a muoverti, sempre pronto a scattare sotto rete se te la rimandano corta. Sempre sulle punte come un pugile che salta la corda durante l'allenamento, con gli occhi che si muovono tra la sfera gialla e l'avversario, che ne studiano i movimenti nel tentativo di anticiparne le mosse. Tutto questo, tutto insieme. Devi pensare e devi smettere di farlo. Contemporaneamente. Deve essere un mix di operazioni banali e elementi geniali o, forse, di operazioni banali eseguite in modo geniale.
Mi piaceva giocare a tennis. Mi piaceva mandare l'affare tondo dall'altra parte, adoravo il rito della risposta; dell'attesa del tonfo della palla per terra e del suono sordo che faceva quando l'avversario la impattava con la sua racchetta; era come sentire il gong, da quell'istante era responsabilità mia tenere viva l'azione, rimandarla di là in qualche modo. Con la racchetta in mano non pensavo al resto, tenevo il mondo per un po' fuori dalla mia testa, sul campo potevo far bene o far male ma il mondo lì non c'era a guardarmi. Certo, sentivo la pressione ma era sempre e solo un gioco ed un po' alla volta ho imparato anche a gestirla. Sentivo la tensione ma riuscivo a dividerla in punti, in game, in set, così ne sentivo solo un pezzetto alla volta, non la facevo accumulare, la riuscivo a controllare. Una volta fuori dal campo invece, mi bastava un briciolo di insicurezza per bloccarmi, per ammutolirmi, per farmi sentire un inetto. È accaduto che il mio sistema andasse in crash per uno sguardo severo, per una domanda o una risposta che non mi aspettavo, per una diagnosi di una malattia o per un inesplicabile sorriso. Passavo la vita posato sui talloni e aspettavo. E mentre il tempo con le stagioni, le occasioni, le persone ed i loro carichi di promesse e opportunità mi sfioravano più o meno rapidamente io mi congelavo, incapace di colpirli, di farli restare o di andare con loro. Ero come fermo nella mia parte di campo con le palline che mi sfrecciavano senza che io potessi far nulla per raggiungerle. Fu così anche quella sera, ero entrato nel bar da solo, dopo una decina di profonde ispirazioni ed espirazioni, e mi ero seduto al bancone su di uno sgabello poco illuminato, al riparo dalla maggior parte degli sguardi. Il locale era abbastanza affollato o, perlomeno, così pareva a me che non ero abituato a stare nello stesso luogo con una ventina di persone. Ordinai un white russian e mentre il barman lo preparava mi diedi un'occhiata attorno. Oggi sono rientrato a casa al solito orario, saranno state le due, minuto più minuto meno. La giornata a scuola è andata bene; Marco è persino venuto a chiedere di fare pace con me ed era un mese che non ci parlavo. Si è avvicinato al banco e mi ha detto che aveva sbagliato a provarci con Anna. Non gli ho creduto nemmeno per un istante, lo sapeva che a me Anna piaceva, lo sapeva dall’inizio perché glielo avevo confidato io, una di quelle cose che ho fatto senza pensare per poi chiaramente pentirmi. Avrei dovuto fare come sempre, avrei dovuto tenermi tutto dentro, restare zitto. Lui poi, invece,non ha avuto problemi a chiederle di uscire, e lei, che mi considera solo come un amico, è venuta candida, fresca e bella come la neve a raccontarmelo, a chiedere consigli. Mi sarei ucciso con le mie stesse mani mentre le dicevo che sì, non c’era niente di male a uscire con Marco, che forse per lei era il ragazzo giusto, che doveva provare. Figuriamoci, Marco non ha un briciolo della classe e dell’eleganza di Anna; non la merito io ma lui di certo non può essere il principe che io immagino che debba starle accanto. Al tavolo dietro di me erano seduti in cinque e, chi più chi meno, erano tutti abbastanza alticci, avevano l'aspetto dei vecchi marinai dei film, con il barbone bianco sporco, le gote leggermente arrossate e il fisico temprato da anni di lavoro e salsedine. Ma, ahimè, non vivevo in una località di mare quindi il mio intuito mi suggerì che, con maggiore probabilità, gli omoni seduti dietro di me erano la moderna versione dei marinai di un tempo, dei ben più prosaici camionisti. Dei carrettieri avevano le fattezze ed il linguaggio rude e colorito. Anna poi mi ha raccontato che lui l’ha portata in una bettola (avevo ragione sui suoi gusti), un locale frequentato da camionisti; mi ha detto che si sono seduti a un tavolo e che dietro, sul muro, c’erano delle scritte fatte con la penna; presunti annunci di donne che promettevano sesso e lasciavano (per ogni evenienza) i loro recapiti telefonici. Mi ha spiegato che lei ha provato a far finta di nulla, a fare conversazione con Marco ma che si è resa presto conto che con lui non ha molto di cui parlare. Mentre me ne stava parlando mi sentivo a metà tra l’indignato e il sollevato, Marco non aveva poi combinato granché ma Anna non meritava una serata così brutta ed io non sapevo come coniugare queste due sensazioni, non conoscevo le parole che potessero fare al caso mio, così sono stato zitto. Ho continuato ad ascoltarla in silenzio e con quel silenzio ho scavato il fossato che poi lei ha riempito col pianto, mi bastava alzarmi, cingerle la vita con un braccio, asciugarle le lacrime; scavalcare il fossato con un ponte e correre a consolarla ma mi è mancato il coraggio, non ne ho avuto la forza. Lei dopo un po’ si è asciugata da sola le lacrime, mi ha salutato ed è andata via. Non so cos’ha pensato, non so cosa ho combinato ma da quel giorno non mi guarda più nello stesso modo. Tutta colpa di Marco e lui che ora vuole anche fare pace, già, bell’amico. Ad un altro tavolo erano seduti due uomini che indossavano un completo scuro, uno grigio gessato, l'altro blu; sorseggiavano entrambi del martini, parevano molto più sobri dei loro colleghi di bevuta all'altro tavolo e spesso si voltavano a guardare un tavolo a cui avevano trovato posto un gruppetto di ragazze; la più grande avrà avuto venticinque anni e ciarlavano e squittivano con le loro risate argentine sovrastando persino il borbottio del primo tavolo. I due uomini vestiti in modo distinto rimbalzavano con lo sguardo dall'una all'altra commentando a bassa voce con apprezzamenti più o meno consoni al loro vestito. Le ragazze dal canto loro facevano finta di non rendersene conto ma erano invece ben consce del loro fascino e dell'effetto che sapeva produrre sugli uomini nel locale la loro avvenenza e giovane età, continuavano così a cincischiare, a ridacchiare, saltando da un argomento all'altro senza un evidente filo logico. Nel mentre osservavo tutto questo il barista m'aveva accostato il bicchiere col cocktail bicolore. Chiesi con voce tremolante e incerta se era il caso di pagare subito o al momento dell'uscita e mi rispose con un sorriso che non era un problema, avrei potuto saldare all'uscita. Doveva aver pensato che ero un'idiota ma io non ero abituato ad andare nei bar, non conoscevo il modo in cui ci si comportava, avevo il terrore di fare una cattiva figura. Incassata la risposta miscelai con la cannuccia il cocktail fino a ottenere un liquido dal colore uniforme, un marroncino tendente al beige un po' schiumoso. Presi il bicchiere in mano e portando la cannuccia alla bocca tornai a voltarmi verso i tavoli del locale. La situazione non era cambiata, c'erano sempre i moderni marinai della strada che bofonchiavano tra loro, i finti gentleman che puntavano le navigate ragazzine che flirtavano e ridacchiavano, sapevo che non erano fatti miei ma non andavo spesso in giro, di solito restavo fermo in casa mia, quella sera stavo provando a stare fermo in quel bar e, di sicuro c'erano più cose da osservare che in casa mia. Mentre ragionavo sul mio immobilismo qualcosa nel bar si mosse, i due signori, che non si erano cambiati dopo il lavoro, si avvicinavano al tavolo delle ragazze con il chiaro intento di provarci. I cinque autotrasportatori smisero di parlare e li seguirono con lo sguardo. Anche l'uomo dietro il bancone si fermò un attimo e lanciò uno sguardo preoccupato ai tavoli. Le ragazze che avevano fatto finta di non accorgersi di nulla continuarono a cinguettare per qualche altro secondo finché non fu più possibile negare di averli notati. Stavano in piedi l'uno affianco all'altro, con le gambe leggermente divaricate e le mani nelle tasche dei pantaloni. Il più alto dei due parlò per primo, la sua voce uscì contemporaneamente alla sua mano destra dalla tasca. Non sentì precisamente cosa disse loro perché ero lontano ma ne udii il suono della voce, mellifluo e accomodante, di sicuro le stava riempiendo di complimenti. L'altro uomo, leggermente più basso dell'altro, colse l'occasione di un silenzio del suo collega per fare una battuta e rompere così il suo mutismo. Dal bancone dovevo ammettere che il loro approccio, seppur non molto originale, stava funzionando, le ragazze sorridevano compiaciute del fatto che la loro bellezza aveva fatto colpo. Ma il peggio è stato quando sono rientrato a casa, mi è bastato chiudere la porta per capire che qualcosa non andava. Le urla dei miei le ho sentite anche se tenevano la porta della loro camera chiusa. Mi sono avvicinato e ho capito che stava succedendo di nuovo, la tregua non ha retto che pochi giorni, papà e mamma stanno litigando spesso ultimamente e delle volte nemmeno capisco perché. In questi giorni hanno dei problemi, si accusano a vicenda di cose che vanno male, io cerco di restarne fuori, cerco di non farmi male ma non è semplice. Oggi mentre stavo lì che non sapevo che fare si è aperta la porta e mia madre ne è corsa fuori in lacrime, mio padre ha tentato di fermarla rincorrendola nel corridoio, mi sono passati accanto e mi sono sentito invisibile. Si sono fermati in salotto e hanno ricominciato a discutere, quando mi sono affacciato c’era mia madre accasciata sul divano con gli occhi rossi e il volto rigato dalle lacrime, mio padre le era quasi sopra e continuava a urlarle cose. Non ho capito le parole ho soltanto percepito che ci sarebbe stato contatto fisico.Mi misi in mezzo. Un coltello impattò contro il mio petto. Fece lo stesso rumore sordo della pallina sulla racchetta prima che dalla ferita cominciasse a sgorgare sangue. Stetti immobile, in fondo era quello che sapevo fare meglio, quello per cui mi ero esercitato per tutta la vita. Il coltello no, continuò a saettare dentro e fuori dal mio corpo finché non fu tutto imbrattato del mio sangue. Poi il coltello, la mano che lo brandiva e il relativo corpo scapparono via. Il locale fu subito come un campo da tennis mezz'ora dopo la fine dell'incontro; vuoto. Niente più barbe, discorsi di donne e camion, niente più cinguettio, niente più ammiccamenti; niente di niente. Retrogusto di white russian e niente più pensieri, anzi solo uno. Mi piaceva giocare a tennis.
Ringrazio Manu per la pazienza e i consigli durante la stesura
Alla radio il cantante di un gruppo impronunciabile continua a ripetere il suo ritornello di quattro stupide parole inglesi. Sono le 3:00 e sono ancora sveglio.Dovrei semplicemente chiudere gli occhi e lasciare sommergere dall'incombente marea del buio. Invece cerco disperatamente qualcos'altro da fare, provo a riempire in ogni modo il tempo che mi separa dall'addormentarmi, dal fare i conti con la mia coscienza. Tengo la luce accesa, baluardo contro l'oscurità, uno strappo nella tela della notte.
Che poi bisogna ammetterlo. Ho paura di pensare. Non voglio che la mia mente sia libera di vagare e di addormentarsi con i quesiti che vuole. Ho paura. Paura delle risposte che rischio di non trovare, paura delle ansie che mi vengono dietro, ho paura della paura, si può essere più folli?
Una lampada, un balcone, una casa che si spegne e diventa impenetrabile, o forse è tutto il contrario...
Tutto solo nell'oscurità. Un nodo in gola. Niente più saliva, niente più respiro. Io e la caverna. Io e questa sensazione di merda. Io e lei, faccia a faccia, di nuovo. Io e questo eterno ciclo di stagioni che si ripete, io e questa mano che mi prende il collo. Ci sono sempre io, troppi io per una frase sola. Non capisco che io, io, io, io. Prendo la zappa e comincio a scavare, sotto i miei piedi. E scendo, scendo. Nessuno sa dove, neppure io lo sa. Seppelisco io ma non so con chi sostituirlo. Che se c'è un genio in questa cazzo di caverna mi dica qualcosa. Dimmi cosa fare, fottuto saccente pezzo di merda. Parla, parla una buona volta e non usarmi. Non stavolta. Parla fottuto dottore. Parla e stavolta vedi di tirarmi fuori di qui. Basta con i tuoi trucchi, i tuoi giochetti da bimbo prodigio. Basta con le tue medicine, i tuoi rimedi fallaci. Smettila di fare il fenomeno. Mi hai fregato i soldi, mi hai fregato il tempo, mi hai fregato la fede. Ora finalmente fa almeno una cosa giusta. Liberami. Spazzami via questo senso di colpa. Rendimi un io migliore che quello che ho adesso fa schifo. Riprendi il tuo lavoro, sedicente medico. E stavolta niente scherzi. Fino in fondo, fino al nodo in gola, fino a questa mano che si stringe attorno al mio collo. Altrimenti giuro che questa zappa scaverà anche sotto i tuoi piedi, scaverà la terra su cui cammini e ti toglierà il respiro, ti toglierà certezze, ti leverà ciò in cui credi, ciò che ti rende forte, sicuro; che ti fa sentire e pensarti il meglio. Benvenuto nel mio inferno dottore.
A volte è solo colpa del confronto. Il confronto fa crescere, ce lo ripetono sempre, fino alla nausea. Confrontarsi è un esercizio di democrazia. Confrontarsi ci aiuta ad ampliare la nostra visuale, a vedere le cose per come sono, a fare la scelta giusta.
Cazzate.
Tutta teoria, bisogna vedere come viene condotto il confronto. Anche la guerra è confronto e provate a dimostrarmi che è democratica. Il confronto nella natura umana è conflitto. L'uomo non è tenero con nessuno, confronto è distruzione delle convinzioni altrui. Quello che viene pubblicizzato come confronto in realtà è correzione fraterna. Parrebbe una cosa da uomini di fede, invece è soltanto una cosa tra persone di buon senso che riescono a superare il "confronto" in favore di un reale dibattito, anche a tinte accese ma nel quale alla fine qualcuno comprende che l'altro ha ragione. Un dialogo che si conclude senza vincitori ma con una sostanziale crescita. E invece anche in tv assistiamo solo a confronti, diatribe trasmesse sul circuito nazionale. E tutti lì nella vita reale che cerchiamo di imitare la tv. Tutti con problemi insoluti, tutti con errate convinzioni o con inutili insicurezze.
La lama lasciava graffi sul ghiaccio. I segni erano profondi e circolari. Francesca danzava sul ghiaccio da quando aveva cinque anni e oggi che ne aveva venti non poteva sbagliare. La sua occasione. La giuria nella prima prova non aveva fatto molta selezione e Francesca si giocava tutto nell'ultima. Non amava le competizioni, ma tutto il mondo agonistico la spingeva a dimostrare la sua eccellenza, premeva per avere le prove tangibili che sì, era brava. A lei non interessava. A lei bastava la sensazione di libertà che la prendeva quando allacciava i pattini. Per lei era come essere un uccello quando veste le ali. Se l'avessero vista danzare quando non c'erano le telecamere, le giurie, l'allenatore, non ci sarebbe stato bisogno di dare voti. Ma il protocollo imponeva la gara; per il riconoscimento. Così Francesca salì sul ghiaccio. Era splendida, l'occhio di bue illuminava la sua tutina che luccicava come uno sciame di stelle cadenti in una notte d'estate. Quando partì la musica mosse i primi passi e poi, più nulla. Non pensò più all'esibizione , al riconoscimento, si perse in un pensiero che non l'aveva mai sfiorata. Da che parte stava andando la sua vita? Certo oggi era lì su quel palco, ma che senso aveva tutto questo per lei? Le lame stridevano sul ghiaccio mentre imbrigliata nell'automatismo dei suoi allenamenti continuava a roteare sotto gli occhi affascinati degli spettatori. Vent'anni spesi a fare cerchi sul ghiaccio e cos'altro? Nei suoi occhi non già la gioia di pattinare, l'entusiasmo delle figure che si seguivano al ritmo magico della musica; nei suoi occhi il terrore. Dove stava andando? Dove voleva andare? Aveva solo voglia di fermarsi, voglia di scendere e trovare le istruzioni. Finì l'esecuzione con il viso fra le mani dove la giuria non vide, le telecamere indugiarono in cerca di qualcosa ma staccarono sul tabellone dei punteggi e solo il suo allenatore vide i suoi occhi quando tolse le mani. Un'espressione che durò solo un attimo, la decisione che si faceva strada mentre guadagnava l'uscita sullo scrosciante applauso del pubblico.
E cammina cammina cammina.
Oooooh... ma per chi m'hai preso? Tutti 'sti "cammina". Ho capito. Vai avanti. Mamma mia, stai calmo. Lasciami cominciare. Questa storia la racconto io. Ci voglio mettere trentacinque cammina nella frase iniziale? Tu zitto e fermo lì ad ascoltare.
Certo che sei proprio un bel tipino. Mah, fammi star zitto altrimenti sta storia non la finiamo mai. Ecco bravo, fa silenzio. Dov'eravamo? Ah, sì. Cammina, cammina, cammina, cammina, cammina
Ma lo fai apposta? Sì, scusa. Ahahah. La tentazione di farti girare le palle era troppo forte. Scusa, scusa Giuse', oro torno seria.
E sarà meglio! Ghghgh... Cammina, cammina. Stavo pensando ai fatti miei e tu lo sai come va quando comincio a pensare...
Sì, che contrariamente al resto del genere umano spegni completamente il cervello. Scemo.
Ecco, mo lo scemo so' io. Allora sentiamo, com'è andata? Cosa è successo mentre "pensavi"? Beh... Ehm, ecco... Mi sono persa.
Aaaaaaaah, complimentoni. E questo come lo chiami se non spegnere il cervello? Vabbè ma è capitato mi sono persa nei pensieri...
No, fino a prova contraria ti sei PERSA. Punto. Uffa Giuse', non si può proprio parlare con te.
Scusa Elenuccia. Ma lo sai che sei proprio dimagrita?
Hai visto? Oh, nessuno che l'abbia notato!
Che gentaglia! Meno male che ci sei tu che c'hai occhio e valorizzi i miei sforzi. Ma scherzi Elenuccia. Vieni qui che ti abbraccio! Certo Giuseppino caro. Ooh, ma ti sei anche lavata i capelli oggi, senti lì che profumo! E certo, oggi è sabato. Devo uscire e poi non si sa mai che incontri Valerio per strada. Ma chi il vicino? Sì. Ma se c'ha un naso che fa provincia? Uff... ma non è importante. Sì, Ele ma quello è proprio brutto, lasciatelo dire. Un mostro proprio. Vabbè ma tanto deve piacere a me mica a te! Certo e chi lo mette in dubbio. Io infatti dicevo per te. Pensa per te che ti piace Giovannona. Una così spocchiosa mai vista. Non è che se la tira, c'ha una fune di due chilometri con la quale tiene a distanza tutti i ragazzi del quartiere. Eh, Elenuccia mia. Si vede che se lo può permettere. E poi il mio è solo uno sfizio. Sì, infatti se non era per me tu neanche ci parlavi. Infatti ti devo ringraziare. Hai fatto bene a chiamarmi stamattina per fare colazione giù al bar. Meno male che lo ammetti. Sì, sì. Poi prima lo incrociata giù e mi ha salutato, Giovannona mia. Di chi? Ahahah. Vabbè è solo un modo per intendersi, mica mia per davvero. No, no, tranquillo. Non c'erano equivoci infatti. Ma tu gua' che stronza! Hihihih. Vabbè Elenuccia malefica. Io andrei a letto. E comunque... Cosa? Vorrei sottolineare il fatto che la tua storia non ha avuto una fine. Ghghghgh. Ah. Già... Vabbè magari domani te la racconto. Sì, anche perché ora non ne ho proprio le forze. Allora a domani. 'notte. 'notte!
Un'ossessione. Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Chilometri di domande scritte a penna su un lungo rotolone di carta igienica. Ed io. Incapace di dare risposte. Bloccato, immobilizzato nell'eternità dell'errore, dalla costante paura di fare/dire la cosa sbagliata. Guardo la carta srotolarsi e il senso delle domande sfuggirmi. Sono stanco del mio immobilismo. Chissà quando faranno ripartire il mio cronometro. Please push start.
Incespico un po' mentre scappo via. A volte dimentico anche perché scappo. Capita troppo spesso da un po' di tempo a questa parte. Quando ho cominciato mi ripetevo che la cosa più importante mentre correvo era pensare alla mossa successiva, la cosa fondamentale era non guardare quanto erano vicini, non cedere alla tentazione di volgersi indietro. Poi è subentrata l'abitudine, ormai sono un professionista, non mi prendono, non mi arrivano mai abbastanza vicino, sono lesto, sono furbo, sono sempre un balzo avanti a dove si chiude la loro mano, nel vano tentativo di acciuffarmi. Così anche oggi. Scappo. Non mi sono mai guardato. Che pensiero stupido direte. Beh, forse un po' sì, però ammetterete che sono un professionista della fuga e che probabilmente avreste voglia di vedermi mentre mi dileguo. Come in un film, una bella scena di inseguimento. In realtà un inseguimento continuo. Beh, allora perché voi sì e io no? Vorrei rivedermi anch'io! Datemi un biglietto per la sala B, fila 5 posto 13. Chissà magari potrei migliorare lo stile della corsa. E se invece fossi del tutto sgraziato? Dio non voglia, sarebbe terribile. Magari scopro che la gente fino ad oggi non mi ha mai preso perché dopo un primo tentativo si era dovuta arrendere, non al mio strapotere fisico, bensì alla tensione addominale delle risate che si faceva alle mie spalle. Così ridicolo da farli piegare dal ridere. Ma che cazzo dico? Io sono il migliore, non mi prendono perché semplicemente non mi stanno dietro. E se invece non fosse così? Quasi vorrei fermarmi per chiederlo. Ma i professionisti non si fermano, lo so, è dura essere professionisti. La prima volta che scappai ancora la ricordo. Avevo sette anni. Precoce, direte. E io che ne so? Non vado mica a guardare le statistiche, "A che età i professionisti iniziano a scappare". Avevo sette anni, ci crediate oppure no, ed ero andato, come facevo sei giorni su sette, a scuola. La maestra mi voleva bene o così pareva a me. Mi sorrideva sempre. Sorrideva mentre mi faceva le domande. Sorrideva mentre le rispondevo. Sorrideva mentre scriveva la nota sul diario. Sorrideva mentre diceva a mia madre che avevo bisogno di un'educazione più rigida. Probabilmente avrebbe sorriso anche mentre mi bocciava. Ma non le diedi modo di farlo. Scappai. Ricordo che ero già entrato in classe. La campana era suonata per tutti, per me, per i miei compagni, per la maestra e per tutti quegli altri che non conoscevo. Lei come al solito c'aveva stampata sul volto quella paresi. Non so cosa mi prese ma non la sopportavo più. Pensiero e azione si rincorsero e io ero fuori che correvo. Non sapevo neppure verso dove. Non mi hanno mai preso. Non mi hanno mai ritrovato. E da allora scappo. Come vi dicevo, sono un professionista.
Chi l'ha detto che gli oggetti non hanno sentimenti? Ho visto bicchieri di plastica soffrire. Usati una sola volta poi sistemati l'uno di fianco all'altro in un ordine solo apparentemente casuale, li ho visti cercare di scappare, suicidarsi verso il pavimento asciutto. Quelli che non finiscono in terra vengono impilati l'uno sull'altro, perché ucciderli uno alla volta sembra uno spreco di tempo, sono destinati alla busta nera, preambolo di un inferno che li vedrà mischiarsi ad altri oggetti il cui solo peccato è essersi lasciati usare.
Devo comprare una T-shirt su cui ci sia scritto: "Non lasciarmi vuoto. Inquino."
Sono il bianco, il nero e tutti i colori che la gente che incrocio mi trasferisce dentro. Sono la riflessione, l'immagine allo specchio di qualcuno che cerca e perde se stesso negli altri. Sono la colpa e a volte anche il dolo. Sono chi sono mentre resto sospeso in volo.